domenica 19 febbraio 2012

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 I know that Valentine's day has passed but I couldn't resist to post this! I've almost pissed myself when I took a glimpse at these great  Downton abbey-inspired valentines cards made by Chad Thomas !
So funny!!

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venerdì 7 ottobre 2011


The Indipendence of Miss Mary Bennet              



Lo faccio o non lo faccio? Do una possibilità al libro della McCullough oppure lo cestino direttamente? A questo punto una premessa è d’obbligo: non credo che mi sarei mai nemmeno posta tale domanda se questo libro non mi fosse stato così caldamente raccomandato, ed ora il volume mi fissa dall’alto della pila di libri su cui l’ho distrattamente posato quando sono rientrata a casa. La decisione da prendere è ardua perché più o meno so a cosa sto andando incontro cioè ad un libro che non potrà mai nemmeno lontanamente essere all’altezza di quel  “Pride and Prejudice” che ho tanto amato, so che troverò un’inevitabile banalizzazione degli indimenticabili personaggi che la penna della Austen ha saputo così magistralmente tratteggiare e questa consapevolezza non mi piace affatto. Provo una sensazione di fastidio e di diffidenza mentre guardo il volume di soppiatto, indecisa se fidarmi o no ma almeno devo provarci, altrimenti non saprò cosa dire quando la mia amica mi chiederà il suo parere, non potrò risponderle dicendo di non averlo nemmeno mai iniziato per paura che mi rovinasse il lieto fine che trapela dalle ultime pagine del libro di Jane Austen.
Ma dopotutto il rischio c’è, dato che spesso è meglio che certe cose rimangano avvolte da un lieve alone misterioso, come da una nebbia soffusa che le renda incerte e impalpabili e penso che il futuro delle vicende della famiglia bennet sia una di queste.
Forse è questo il segreto per avvicinarsi a questo libro: lasciare da parte ogni aspettativa e fare un po’ come se nella nostra mente ci fossero tanti compartimenti stagni così da separare felicemente l’originale dal “sequel” non tentando nemmeno di fare paragoni e immaginando che Elizabeth e Darcy non siano altro che una specie di repliche un po’sbiadite degli originali con i quali condividono poco più che il nome; poi si vedrà.

mercoledì 5 ottobre 2011

 Northanger Abbey

Ed eccomi qui in un momento in cui non ho proprio nulla da fare, in attesa dell’inizio dell’università, che decido di prendere in mano dopo un periodo di pausa quasi vergognosamente lungo, un nuovo libro,perché io senza far niente non ci so proprio stare! Mi ero ripromessa che in questo mese mi sarei dovuta dedicare all’ozio più completo, beh ci sono riuscita per quasi dieci giorni, poi ho ceduto, anche perché nella mia giornata c’erano proprio un paio d’orette che non riuscivo ad occupare in nessun modo e nelle quali mi annoiavo a morte, niente di meglio che riempirle con un libro. Ed ecco che mi capita tra le mani una garanzia di buona riuscita, non un libro qualsiasi ma una sicurezza, perché leggere Jane Austen per me non è altro che questo, una specie di tutela, certo nell’avvicinarmi a “l’abbazia di Northanger” non mi aspettavo un capolavoro ai livelli di orgoglio e pregiudizio o persuasione ma sapevo dentro di me che non mi avrebbe deluso, una convinzione che si è rivelata esatta. Il libro è molto scorrevole, naturalmente ben scritto anche se in alcuni passi ho trovato l’articolazione del periodo un po’ macchinosa e non fluida come mi sarei aspettata ma non so se attribuire questa piccola mancanza alla traduzione o meno. E’ certamente un romanzo piacevole che cattura il lettore a partire dalla seconda metà, ci si ritrovano tutti gli elementi che caratterizzano gli altri scritti dell’autrice e in più una pungente ironia nei confronti del romanzo gotico, devo infatti confessare che più di una volta mi sono ritrovata a ridere di gusto davanti alle imbarazzanti situazioni in cui la protagonista si va a cacciare e in varie occasioni mi sono ripetuta “ non può essere così sciocca da fare questo!!” e poi come rimanere impassibili di fronte a personaggi a mio parere esilaranti quali Isabel e suo fratello John. Insomma anche questa volta la Austen è stata capace di catturare la mia curiosità e coinvolgermi nella storia anche se all’inizio nutrivo dei dubbi in proposito in quanto risulta un po’difficile immedesimarsi nei vari personaggi un po’ troppo eccessivi in certi loro caratteri che finiscono per giganteggiare dando l’idea di personalità un po’ piatte  i cosiddetti “flat characters” ma d’altronde credo che questo fosse il loro ruolo all’interno dell’economia del romanzo ed hanno indubbiamente assurto alla loro funzione di mettere in ridicolo certi comportamenti della società inglese. Quindi a ben vedere non c’è nulla fuori posto in questo romanzo in quanto ogni cosa concorre a comporre un buon intreccio.
Unica pecca a mio parere il finale troppo affrettato, avrei preferito qualche pagina in più ma mi rendo conto che forse il vero scopo della scrittrice non era quello di dilungarsi sull’ happy ending, accettando questa considerazione non posso dire altro che di essere soddisfatta di questa lettura che consiglio vivamente!!

venerdì 14 gennaio 2011



ANALISI DELLA POESIA “LEZIONE D’ANATOMIA” Arrigo Boito

Parafrasi: La sala è tetra: dal cielo scuro discende l’alba che si riflette sul freddo letto con una luce fioca. Chi dorme? Una malata di tisi morta ieri all’ospedale sottratta alla pace dei cimiteri e al funerale:tolta alla dolce cantilena del prete e al dormitorio, tolta alle gocce quiete come di rugiada dell’aspersorio. Delitto! Il suo petto sanguina attraverso una terribile ferita. Ed era giovane! Ed era bionda! Ed era bella! Con quel cadavere (unione infeconda! Conoscenza illusoria!) tu scienza umana aumenti il numero dei dubbi. Mentre il medico grida la sua lezione e cita adeguatamente Vesalio, Ippocrate, Harvey, Bacone, Sprengel e Koch, io penso ai dolci pensieri che hanno attraversato quella testa, ai sogni meravigliosi invano sognati da quella povera giovane. Penso alle mille cose impalpabili che si fondano sulla speranza! Finzione che scompare più facilmente che una strofe di quattro versi. Anche quella vergine senza sepoltura sperò nei momenti più melanconici, chiuse il suo cuore come un luogo sacro, ed ora il medico che glielo cava grida ed incalza: < style="mso-spacerun:yes"> le valvole> . Poi continua <> ed io sconvolto ritorno a leggere le mie visioni sul pallido volto. Scienza vattene con le tue leggi(che confortano l’uomo in quanto gli svelano i misteri del mondo)! Riconsegnami i mondi del sogno e dell’interiorità sia concessa pace ai defunti e ai moribondi. Perdona o pallida adolescente! O pia giovane , dolce e purissima fiore che viene meno di poesia! E mentre rievoco dentro di me quei bei sogni in quel cadavere si scopre un feto di trenta giorni.

La poesia è interamente percorsa da un tono macabro e lugubre come lascia ben intuire il titolo. Essa è formata da quattordici strofe composte da sei versi ciascuna, la prima strofe ci inserisce tramite una realistica descrizione nell’ambiente in cui si trova il poeta e in particolar modo le parole “lugubre”e “freddo letto” ci suggeriscono l’idea della morte che si presenta più esplicitamente a partire dalla seconda strofa. In essa il poeta sembra sottolineare il brutale e crudele trattamento che è stato riservato a quella povera giovane morta di tisi, il cui corpo è stato sottratto al riposo e alla pace del cimitero ed è stato privato delle giuste esequie. Il giudizio negativo del poeta nei confronti di tali pratiche si manifesta con l’esclamazione “Delitto!” che con la sua potenza ci lascia immaginare il poeta tuonare contro il crudele destino riservato al corpo della giovane. Ai versi 22, 23, 24 troviamo l’anafora di “ed era”, troviamo anche un climax ascendente tra i sostantivi “giovane”, “bionda”e “bella”. Nella quinta strofa il poeta mostra la sfiducia che egli nutre nella possibilità della scienza la quale secondo lui analizzando quel cadavere non farà altro che sollevare nuovi dubbi e incertezze. Troviamo una netta opposizione tra la sesta strofa nella quale viene tratteggiato l’atteggiamento del medico che continua a declamare a gran voce la sua lezione restando indifferente di fronte al dramma della morte, e la settima nella quale invece il poeta rivaluta il mondo dei sentimenti e si lascia andare a un sentimento di pietà nei confronti della fanciulla ormai defunta,la cui mente era stata attraversata mentre era in vita da sogni, speranze, desideri che per loro natura, come si può ben evincere dal destino della ragazza sono caduchi, labili e inconsistenti più dei versi di una poesia, e forse in quest’ ultima affermazione possiamo cogliere un giudizio autoironico di Boito sulla poesia.

Nella decima strofa il poeta descrive con crudo realismo ciò che avviene durante la lezione e ci rende manifesta la dissacrazione operata dalla scienza la quale viola, profana il cuore della fanciulla che mentre era in vita aveva custodito tutti i suoi più intimi segreti e desideri, ora invece,viene ridotto a vile materiale didattico. Risulta evidente la contrapposizione tra la freddezza, l’indifferenza, il distacco del medico che “svelle” il cuore della giovane e la compassione del poeta che rimane sconvolto dal fatto che la scienza non abbia alcun riguardo nei confronti dei morti, egli preferisce il mondo dell’immaginazione, dei sentimenti, dell’interiorità alla cruda realtà come testimoniano i versi della terzultima strofa. Infine assistiamo ad un fortissimo contrasto tra le ultime due strofe infatti nella penultima viene celebrata la purezza e il candore della fanciulla mentre nell’ultima viene completamente capovolta questa immagine che si è data alla ragazza poiché si scopre che in realtà era incinta. In questo componimento possiamo riscontrare un aspetto caratterizzante della scapigliatura che vuole turbare, stupire il lettore, e in questo caso tale volontà si concretizza innanzi tutto tramite la scelta di un tema piuttosto anticonvenzionale per una poesia come una lezione d’anatomia e poi tramite la provocatoria rivelazione che quella giovane aspettava un figlio, fatto questo che nella società del tempo era percepito come scandaloso e che nella mentalità dell’epoca suscitava sdegno e riprovazione morale.

martedì 16 novembre 2010

Analisi “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” Giacomo Leopardi

Questa poesia è stata composta tra il 1829 e il 1830 ed è quindi cronologicamente l’ultimo dei Grandi Idilli pisano-recanatesi . In esso possiamo rintracciare ancora elementi propri della poetica dell’ indefinito e del vago, ma l’elemento più importante di tale canto è la presenza di quesiti esistenziali destinati a rimanere insoluti, tramite i quali il poeta si sofferma a riflettere sulla costitutiva infelicità che investe l’intero genere umano e tutti gli esseri viventi.

Il canto si apre con un semplice pastore preso come simbolo dell’umanità intera che si rivolge alla luna, la quale si configura come l’interlocutore del pastore dal quale egli aspetta vanamente delle risposte a problemi esistenziali e universali, ma tali domande non sono altro che interrogative retoriche di cui il poeta conosce già la risposta.

"Che fai tu luna nel cielo? Dimmi che cosa fai o luna silenziosa "

Già nei primi due versi Leopardi apostrofa la luna con l’aggettivo silenziosa proprio per indicare che essa rimarrà un interlocutore muto.

"Sorgi la sera e ti muovi contemplando i luoghi deserti dove tramonti. Non sei ancora soddisfatta di ripercorrere sempre le medesime vie del cielo? Ancora non ti annoi , ancora sei curiosa di guardare queste valli? La vita del pastore somiglia alla tua . Inizia all’alba conduce il gregge per i campi e vede greggi, fontane e prati ; poi stanco la sera si riposa e mai desidera altro."

In questi versi viene paragonata l’esistenza della luna a quella del pastore per la ripetitività che caratterizza entrambe, infatti tramite questa descrizione viene posto l’accento sulla monotonia dei due modi di vivere che si reiterano sempre uguali a loro stessi non desiderando cambiamenti o novità.

" Dimmi o luna che significato ha la vita del pastore e la vostra? Dimmi qual è lo scopo del mio breve viaggio, e del tuo corso eterno?"

Leopardi cerca il senso della sua vita da lui definita con una metafora “vagar mio breve” e più in generale della vita di tutti gli esseri. La prima stanza che qui si conclude è quindi incentrata sul paragone tra il ciclo lunare e la vita del pastore.

" Un vecchio canuto e malato non completamente vestito e scalzo che con un pesantissimo carico sulle spalle attraverso le montagne, le valli , i territori rocciosi e quelli sabbiosi e attraverso i cespugli con il vento con i temporali quando l’ora brucia di calore, e quando invece fa freddo corre via, corre e ansima per la fatica, oltrepassa/ guada torrenti e stagni, cade, si rialza, e si affretta sempre di più , senza sosta o riposo , logorato e sanguinante, fino a quando arriva dove la sua fatica era indirizzata: l’orribile abisso dove egli precipitando si dimentica di tutto. O luna incorrotta dalle miserie umane, questa è la vita mortale."

Questa seconda stanza rappresenta l’allegoria della vita umana paragonata ad un vecchio che deve affrontare ogni sorta di difficoltà per poi cadere definitivamente nell’oblio della morte qui descritta con una metafora come “abisso orrido e immenso” proprio la parola “immenso” al verso 35 e nel verso successivo il verbo “obblia” servono a dare l’idea di infinito, di indefinitezza, di vago che caratterizza la poetica leopardiana, infatti per il poeta condizione necessaria per creare poesia è la riproduzione tramite il linguaggio dell’idea di indefinito in quanto avendo l’uomo in sé un infinito desiderio di varcare i propri limiti non può trovare piacere in una poesia in cui tutto è limitato e ben circoscritto nei suoi contorni.

"L’uomo nasce con fatica e la nascita comporta anche il rischio di morire. Per prima cosa prova dolore e tormento e sin dall’inizio la madre e il padre cominciano a consolarlo d’essere nato. Poi mano a mano che cresce entrambi i genitori lo aiutano continuamente con azioni e parole e cercano di fargli coraggio e di confortarlo della sua condizione di uomo."

Da queste parole emerge una visione totalmente negativa dell’esistenza che sarebbe quindi dominata ,secondo il poeta, dal dolore, dalla sofferenza, dalla tristezza e dall’infelicità.

" Altro favore più gradito non si può fare da parte dei genitori ai figli. Ma qual è il senso di dare alla luce e di mantenere in vita chi poi dovrà essere consolato della sua condizione? Se la vita è sventura perché noi continuiamo a sopportarla? Intatta luna, questa è lo stato dei mortali. Ma tu non sei mortale e forse poco ti importa delle mie parole"

Il poeta non riesce a trovare una spiegazione esauriente per la quale gli uomini sopportino ancora la vita e quale sia il fine di mettere al mondo esseri che sono destinati all’infelicità. Negli ultimi due versi inoltre il poeta affermando con una litote che la luna è immortale e tramite una netta antitesi tra “stato mortale” e “mortal non sei” si insinua il dubbio che la luna come la natura sia indifferente alle sofferenze umane, motivo questo, tipico del pessimismo cosmico del poeta per il quale la natura cessa di essere madre benevola e diventa matrigna malvagia che illude e delude l’uomo e che pone in lui la tensione irrefrenabile verso la conoscenza destinata a rimanere inappagata, rimanendo impassibile di fronte al suo dramma. Numerose in questa stanza sono le parole che rimano tra loro come “nascimento” “tormento”, “parole” “prole” “sole”, “stato” “grato”, “sventura” “dura”,”tale” “mortale” “cale”che insieme ai numerosi enjambements conferiscono alla poesia il ritmo di una cantilena.

"Eppure tu solitaria e instancabile viaggiatrice che sei così pensosa , forse capisci che cosa sia questa vita terrena, le nostre sofferenze e i nostri sospiri, che cosa sia la morte e questo estremo impallidire del viso , e lo scomparire della terra e il sottrarsi ad ogni abituale e amata compagnia."

In questi versi gli aggettivi attribuiti alla luna “solinga”, “eterna”, “pensosa” rendono l’idea di vago e indefinito, troviamo anche una iterazione di “tu” che sottolinea l’insistente rivolgersi del pastore alla luna inoltre l’anafora di “che sia” che conclude il verso 64 e inizia il successivo ha il fine di attirare l’attenzione del lettore sulla ricerca del significato della vita e del dolore. Numerose in questa prima parte della quarta stanza gli scontri di consonanti come “ rr”, “str”, “sp”, “st”, “pr”, “nt” che vogliono comunicare l’infelicità e l’asprezza della condizione umana.

" E tu certamente comprendi il perché delle cose, e vedi il senso del mattino, della sera, del silenzioso e infinito scorrere del tempo . Tu certamente sai a quale suo dolce amore sorrida la primavera, a chi porta beneficio il calore e che cosa procuri l’inverno con i suoi ghiacci. Mille cose tu conosci, mille ne scopri, che sono nascoste all’ingenuo pastore. Spesso quando io ti guardo stare così silenziosa sulla pianura deserta che all’orizzonte confina con il cielo"

Questa seconda parte della quarta stanza esprime il bisogno sentito dal poeta e dall’umanità intera di credere che esista qualcuno che conosca il significato, il fine di tutto ciò che esiste.

"Oppure con il mio gregge ti vedo seguirmi muovendoti pian piano e quando guardo le stelle brillar nel cielo dico dentro di me pensando : a che scopo tante luci? Che senso ha l’aria infinita e quel profondo infinito sereno ? Che vuol dire questa sconfinata solitudine? E io che cosa sono?

In questo modo ragiono con me stesso : sia della stanza sconfinata e superba sia dell’innumerevole famiglia, poi penso all’ adoperarsi dei tanti movimenti di ogni cosa celeste e terrena che girano senza sosta per ritornare sempre là da dove sono partite; e non so indovinarne alcun beneficio o scopo."

Da notare in questi versi ancora l’utilizzo di termini atti ad evocare il senso di indefinito come “profondo” ,“infinito” ,“immensa”,“smisurata”, “innumerabile”. Il poeta con le metafore “stanza smisurata e superba” vuole indicare l’universo e “innumerabile famiglia” invece il genere umano. Al verso 94 l’antitesi tra “celeste” e “terrena” ci informa che Leopardi si interroga su tutto ciò che succede nel cosmo. Al verso 97 invece troviamo un chiasmo “uso alcuno, alcun frutto” cioè una disposizione incrociata degli elementi costitutivi di una proposizione in questo caso troviamo sostantivo-aggettivo, aggettivo-sostantivo.

" Ma tu certamente sempre giovane e immortale conosci tutto. Di questo io son certo e consapevole, che degli eterni movimenti e della mia fragilità altri avranno qualche vantaggio o soddisfazione; per me la vita è male."

Importante dal punto di vista retorico è la prolessi presente al verso 100 cioè l’anticipazione di ciò che sta per essere detto con il fine di richiamare l’attenzione del lettore attraverso la costruzione insolita della frase.

"Beato te o gregge mio che ti riposi, che non sei consapevole della tua infelicità, quanto ti invidio! Non solo perché sei quasi libera dalle sofferenze; perché ogni fatica ogni male ogni grande paura ti scordi immediatamente; ma soprattutto perché non provi mai noia. Quando stai seduto all’ombra, sul prato tu stai calmo e contento; e trascorri gran parte dell’anno in questo stato, senza noia. Ed anche io mi siedo sull’erba all’ombra ma un fastidio mi riempie la mente ed uno stimolo mi infastidisce così che sedendo sono più che mai lontano dal trovare un luogo in cui mi senta pacificato."

Il poeta nella sesta stanza espone la sua invidia nei confronti degli animali che non sono tormentati dal dolore e che si dimenticano in fretta ogni esperienza negativa mentre l’uomo è destinato a serbarne il doloroso ricordo. La sua invidia, però è generata soprattutto dal fatto che gli animali possono trovare pace e tranquillità in modi molto semplici anche solo sedendo su un prato, invece questa possibilità è negata all’uomo che in una situazione analoga verrebbe assalito dal sentimento della noia che domina insieme al dolore l’esistenza umana. Shopenauer, infatti, riteneva che la vita dell’uomo è come un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia e che gli attimi di felicità sono quei fugaci momenti in cui il pendolo si trova in mezzo. La mente dell’uomo quindi è in ogni caso sempre e comunque dominata da quell’irrefrenabile tensione verso l’ignoto verso la conoscenza che però non trovando risposte che la appaghino genera nell’uomo un senso di frustrazione, di insoddisfazione che nega al suo animo la possibilità di placarsi.

" Eppure non desidero nulla e finora non ho una ragione per soffrire. Non so dire quale sia la tua gioia e quanto sia intensa; ma sei fortunata. Mentre io gioisco ben poco o gregge mio, e non mi lamento solo di questo. Se tu sapessi parlare io ti rivolgerei delle domande ti chiederei di dirmi perché giacendo in stato di completo abbandono e rilassatezza ogni animale si appaga e io se mi riposo sono assalito dalla noia?"

In tutta la sesta stanza Leopardi parla del Taedium vitae che è un male proprio degli uomini in quanto gli animali ne sono immuni non essendo dotati di ragione e non ponendosi domande esistenziali. Leopardi ha definito la noia come assenza di ogni sentimento di bene e di male, quindi essa è una condizione connaturata all’essere stesso il quale non le si può sottrarre a meno che non scelga di vivere senza mai riflettere. Secondo il poeta la noia nobilita l’uomo, lo diversifica dal resto degli esseri viventi anche se gli impedisce di trovare soddisfazione e appagamento .

"Forse se io avessi le ali così da poter volare sopra le nuvole e contare le stelle una per una o se come il tuono potessi vagare di monte in monte sarei più felice ,o mio dolce gregge, sarei più felice o candida luna .O forse il mio pensiero considerando il destino degli altri esseri viventi si discosta dalla realtà ; forse in qualsiasi forma, in qualsiasi condizione si nasca, sia in una tana che in una casa il giorno della nascita è tragico."

In questa ultima stanza troviamo la sintesi del pessimismo cosmico di Leopardi, che prima si illude di poter essere felice se potesse vivere l’esistenza di un tuono o se avesse la possibilità di volare ma poi si rende conto che in qualunque forma si viva, sia animale che umana, la propria esistenza sarà comunque dominata dall’infelicità. Il pessimismo del poeta nella sua ultima fase si allarga quindi a comprendere ogni essere vivente, ogni epoca storica. Il dolore quindi non affligge solo l’ uomo ma anche gli animali , egli però è il più misero di tutti perché il suo intelletto gli fa conoscere l’amara ineluttabilità del suo destino. L’uomo come tutti gli altri esseri viventi nasce al solo scopo di morire ed il suo percorso dalla nascita alla morte è costellato di fatiche, ostacoli e sofferenze. Nel mondo quindi esiste un ciclo continuo di produzione e distruzione di materia il cui unico obiettivo è perpetuarsi.