venerdì 7 ottobre 2011

The Indipendence of Miss Mary Bennet


The Indipendence of Miss Mary Bennet              



Lo faccio o non lo faccio? Do una possibilità al libro della McCullough oppure lo cestino direttamente? A questo punto una premessa è d’obbligo: non credo che mi sarei mai nemmeno posta tale domanda se questo libro non mi fosse stato così caldamente raccomandato, ed ora il volume mi fissa dall’alto della pila di libri su cui l’ho distrattamente posato quando sono rientrata a casa. La decisione da prendere è ardua perché più o meno so a cosa sto andando incontro cioè ad un libro che non potrà mai nemmeno lontanamente essere all’altezza di quel  “Pride and Prejudice” che ho tanto amato, so che troverò un’inevitabile banalizzazione degli indimenticabili personaggi che la penna della Austen ha saputo così magistralmente tratteggiare e questa consapevolezza non mi piace affatto. Provo una sensazione di fastidio e di diffidenza mentre guardo il volume di soppiatto, indecisa se fidarmi o no ma almeno devo provarci, altrimenti non saprò cosa dire quando la mia amica mi chiederà il suo parere, non potrò risponderle dicendo di non averlo nemmeno mai iniziato per paura che mi rovinasse il lieto fine che trapela dalle ultime pagine del libro di Jane Austen.
Ma dopotutto il rischio c’è, dato che spesso è meglio che certe cose rimangano avvolte da un lieve alone misterioso, come da una nebbia soffusa che le renda incerte e impalpabili e penso che il futuro delle vicende della famiglia bennet sia una di queste.
Forse è questo il segreto per avvicinarsi a questo libro: lasciare da parte ogni aspettativa e fare un po’ come se nella nostra mente ci fossero tanti compartimenti stagni così da separare felicemente l’originale dal “sequel” non tentando nemmeno di fare paragoni e immaginando che Elizabeth e Darcy non siano altro che una specie di repliche un po’sbiadite degli originali con i quali condividono poco più che il nome; poi si vedrà.

mercoledì 5 ottobre 2011

Northanger Abbey

 Northanger Abbey

Ed eccomi qui in un momento in cui non ho proprio nulla da fare, in attesa dell’inizio dell’università, che decido di prendere in mano dopo un periodo di pausa quasi vergognosamente lungo, un nuovo libro,perché io senza far niente non ci so proprio stare! Mi ero ripromessa che in questo mese mi sarei dovuta dedicare all’ozio più completo, beh ci sono riuscita per quasi dieci giorni, poi ho ceduto, anche perché nella mia giornata c’erano proprio un paio d’orette che non riuscivo ad occupare in nessun modo e nelle quali mi annoiavo a morte, niente di meglio che riempirle con un libro. Ed ecco che mi capita tra le mani una garanzia di buona riuscita, non un libro qualsiasi ma una sicurezza, perché leggere Jane Austen per me non è altro che questo, una specie di tutela, certo nell’avvicinarmi a “l’abbazia di Northanger” non mi aspettavo un capolavoro ai livelli di orgoglio e pregiudizio o persuasione ma sapevo dentro di me che non mi avrebbe deluso, una convinzione che si è rivelata esatta. Il libro è molto scorrevole, naturalmente ben scritto anche se in alcuni passi ho trovato l’articolazione del periodo un po’ macchinosa e non fluida come mi sarei aspettata ma non so se attribuire questa piccola mancanza alla traduzione o meno. E’ certamente un romanzo piacevole che cattura il lettore a partire dalla seconda metà, ci si ritrovano tutti gli elementi che caratterizzano gli altri scritti dell’autrice e in più una pungente ironia nei confronti del romanzo gotico, devo infatti confessare che più di una volta mi sono ritrovata a ridere di gusto davanti alle imbarazzanti situazioni in cui la protagonista si va a cacciare e in varie occasioni mi sono ripetuta “ non può essere così sciocca da fare questo!!” e poi come rimanere impassibili di fronte a personaggi a mio parere esilaranti quali Isabel e suo fratello John. Insomma anche questa volta la Austen è stata capace di catturare la mia curiosità e coinvolgermi nella storia anche se all’inizio nutrivo dei dubbi in proposito in quanto risulta un po’difficile immedesimarsi nei vari personaggi un po’ troppo eccessivi in certi loro caratteri che finiscono per giganteggiare dando l’idea di personalità un po’ piatte  i cosiddetti “flat characters” ma d’altronde credo che questo fosse il loro ruolo all’interno dell’economia del romanzo ed hanno indubbiamente assurto alla loro funzione di mettere in ridicolo certi comportamenti della società inglese. Quindi a ben vedere non c’è nulla fuori posto in questo romanzo in quanto ogni cosa concorre a comporre un buon intreccio.
Unica pecca a mio parere il finale troppo affrettato, avrei preferito qualche pagina in più ma mi rendo conto che forse il vero scopo della scrittrice non era quello di dilungarsi sull’ happy ending, accettando questa considerazione non posso dire altro che di essere soddisfatta di questa lettura che consiglio vivamente!!

venerdì 14 gennaio 2011

“LEZIONE D’ANATOMIA” Arrigo Boito



ANALISI DELLA POESIA “LEZIONE D’ANATOMIA” Arrigo Boito
Parafrasi: La sala è tetra: dal cielo scuro discende l’alba che si riflette sul freddo letto con una luce fioca. Chi dorme? Una malata di tisi morta ieri all’ospedale sottratta alla pace dei cimiteri e al funerale:tolta alla dolce cantilena del prete e al dormitorio, tolta alle gocce quiete come di rugiada dell’aspersorio. Delitto! Il suo petto sanguina attraverso una terribile ferita. Ed era giovane! Ed era bionda! Ed era bella! Con quel cadavere (unione infeconda! Conoscenza illusoria!) tu scienza umana aumenti il numero dei dubbi. Mentre il medico grida la sua lezione e cita adeguatamente Vesalio, Ippocrate, Harvey, Bacone, Sprengel e Koch, io penso ai dolci pensieri che hanno attraversato quella testa, ai sogni meravigliosi invano sognati da quella povera giovane. Penso alle mille cose impalpabili che si fondano sulla speranza! Finzione che scompare più facilmente che una strofe di quattro versi. Anche quella vergine senza sepoltura sperò nei momenti più melanconici, chiuse il suo cuore come un luogo sacro, ed ora il medico che glielo cava grida ed incalza: < style="mso-spacerun:yes"> le valvole> . Poi continua <> ed io sconvolto ritorno a leggere le mie visioni sul pallido volto. Scienza vattene con le tue leggi(che confortano l’uomo in quanto gli svelano i misteri del mondo)! Riconsegnami i mondi del sogno e dell’interiorità sia concessa pace ai defunti e ai moribondi. Perdona o pallida adolescente! O pia giovane , dolce e purissima fiore che viene meno di poesia! E mentre rievoco dentro di me quei bei sogni in quel cadavere si scopre un feto di trenta giorni.
La poesia è interamente percorsa da un tono macabro e lugubre come lascia ben intuire il titolo. Essa è formata da quattordici strofe composte da sei versi ciascuna, la prima strofe ci inserisce tramite una realistica descrizione nell’ambiente in cui si trova il poeta e in particolar modo le parole “lugubre”e “freddo letto” ci suggeriscono l’idea della morte che si presenta più esplicitamente a partire dalla seconda strofa. In essa il poeta sembra sottolineare il brutale e crudele trattamento che è stato riservato a quella povera giovane morta di tisi, il cui corpo è stato sottratto al riposo e alla pace del cimitero ed è stato privato delle giuste esequie. Il giudizio negativo del poeta nei confronti di tali pratiche si manifesta con l’esclamazione “Delitto!” che con la sua potenza ci lascia immaginare il poeta tuonare contro il crudele destino riservato al corpo della giovane. Ai versi 22, 23, 24 troviamo l’anafora di “ed era”, troviamo anche un climax ascendente tra i sostantivi “giovane”, “bionda”e “bella”. Nella quinta strofa il poeta mostra la sfiducia che egli nutre nella possibilità della scienza la quale secondo lui analizzando quel cadavere non farà altro che sollevare nuovi dubbi e incertezze. Troviamo una netta opposizione tra la sesta strofa nella quale viene tratteggiato l’atteggiamento del medico che continua a declamare a gran voce la sua lezione restando indifferente di fronte al dramma della morte, e la settima nella quale invece il poeta rivaluta il mondo dei sentimenti e si lascia andare a un sentimento di pietà nei confronti della fanciulla ormai defunta,la cui mente era stata attraversata mentre era in vita da sogni, speranze, desideri che per loro natura, come si può ben evincere dal destino della ragazza sono caduchi, labili e inconsistenti più dei versi di una poesia, e forse in quest’ ultima affermazione possiamo cogliere un giudizio autoironico di Boito sulla poesia.
Nella decima strofa il poeta descrive con crudo realismo ciò che avviene durante la lezione e ci rende manifesta la dissacrazione operata dalla scienza la quale viola, profana il cuore della fanciulla che mentre era in vita aveva custodito tutti i suoi più intimi segreti e desideri, ora invece,viene ridotto a vile materiale didattico. Risulta evidente la contrapposizione tra la freddezza, l’indifferenza, il distacco del medico che “svelle” il cuore della giovane e la compassione del poeta che rimane sconvolto dal fatto che la scienza non abbia alcun riguardo nei confronti dei morti, egli preferisce il mondo dell’immaginazione, dei sentimenti, dell’interiorità alla cruda realtà come testimoniano i versi della terzultima strofa. Infine assistiamo ad un fortissimo contrasto tra le ultime due strofe infatti nella penultima viene celebrata la purezza e il candore della fanciulla mentre nell’ultima viene completamente capovolta questa immagine che si è data alla ragazza poiché si scopre che in realtà era incinta. In questo componimento possiamo riscontrare un aspetto caratterizzante della scapigliatura che vuole turbare, stupire il lettore, e in questo caso tale volontà si concretizza innanzi tutto tramite la scelta di un tema piuttosto anticonvenzionale per una poesia come una lezione d’anatomia e poi tramite la provocatoria rivelazione che quella giovane aspettava un figlio, fatto questo che nella società del tempo era percepito come scandaloso e che nella mentalità dell’epoca suscitava sdegno e riprovazione morale.