martedì 16 novembre 2010

Analisi Canto notturno


Analisi “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” Giacomo Leopardi
Questa poesia è stata composta tra il 1829 e il 1830 ed è quindi cronologicamente l’ultimo dei Grandi Idilli pisano-recanatesi . In esso possiamo rintracciare ancora elementi propri della poetica dell’ indefinito e del vago, ma l’elemento più importante di tale canto è la presenza di quesiti esistenziali destinati a rimanere insoluti, tramite i quali il poeta si sofferma a riflettere sulla costitutiva infelicità che investe l’intero genere umano e tutti gli esseri viventi.
Il canto si apre con un semplice pastore preso come simbolo dell’umanità intera che si rivolge alla luna, la quale si configura come l’interlocutore del pastore dal quale egli aspetta vanamente delle risposte a problemi esistenziali e universali, ma tali domande non sono altro che interrogative retoriche di cui il poeta conosce già la risposta.
"Che fai tu luna nel cielo? Dimmi che cosa fai o luna silenziosa "
Già nei primi due versi Leopardi apostrofa la luna con l’aggettivo silenziosa proprio per indicare che essa rimarrà un interlocutore muto.
"Sorgi la sera e ti muovi contemplando i luoghi deserti dove tramonti. Non sei ancora soddisfatta di ripercorrere sempre le medesime vie del cielo? Ancora non ti annoi , ancora sei curiosa di guardare queste valli? La vita del pastore somiglia alla tua . Inizia all’alba conduce il gregge per i campi e vede greggi, fontane e prati ; poi stanco la sera si riposa e mai desidera altro."
In questi versi viene paragonata l’esistenza della luna a quella del pastore per la ripetitività che caratterizza entrambe, infatti tramite questa descrizione viene posto l’accento sulla monotonia dei due modi di vivere che si reiterano sempre uguali a loro stessi non desiderando cambiamenti o novità.
" Dimmi o luna che significato ha la vita del pastore e la vostra? Dimmi qual è lo scopo del mio breve viaggio, e del tuo corso eterno?"
Leopardi cerca il senso della sua vita da lui definita con una metafora “vagar mio breve” e più in generale della vita di tutti gli esseri. La prima stanza che qui si conclude è quindi incentrata sul paragone tra il ciclo lunare e la vita del pastore.
" Un vecchio canuto e malato non completamente vestito e scalzo che con un pesantissimo carico sulle spalle attraverso le montagne, le valli , i territori rocciosi e quelli sabbiosi e attraverso i cespugli con il vento con i temporali quando l’ora brucia di calore, e quando invece fa freddo corre via, corre e ansima per la fatica, oltrepassa/ guada torrenti e stagni, cade, si rialza, e si affretta sempre di più , senza sosta o riposo , logorato e sanguinante, fino a quando arriva dove la sua fatica era indirizzata: l’orribile abisso dove egli precipitando si dimentica di tutto. O luna incorrotta dalle miserie umane, questa è la vita mortale."
Questa seconda stanza rappresenta l’allegoria della vita umana paragonata ad un vecchio che deve affrontare ogni sorta di difficoltà per poi cadere definitivamente nell’oblio della morte qui descritta con una metafora come “abisso orrido e immenso” proprio la parola “immenso” al verso 35 e nel verso successivo il verbo “obblia” servono a dare l’idea di infinito, di indefinitezza, di vago che caratterizza la poetica leopardiana, infatti per il poeta condizione necessaria per creare poesia è la riproduzione tramite il linguaggio dell’idea di indefinito in quanto avendo l’uomo in sé un infinito desiderio di varcare i propri limiti non può trovare piacere in una poesia in cui tutto è limitato e ben circoscritto nei suoi contorni.
"L’uomo nasce con fatica e la nascita comporta anche il rischio di morire. Per prima cosa prova dolore e tormento e sin dall’inizio la madre e il padre cominciano a consolarlo d’essere nato. Poi mano a mano che cresce entrambi i genitori lo aiutano continuamente con azioni e parole e cercano di fargli coraggio e di confortarlo della sua condizione di uomo."
Da queste parole emerge una visione totalmente negativa dell’esistenza che sarebbe quindi dominata ,secondo il poeta, dal dolore, dalla sofferenza, dalla tristezza e dall’infelicità.
" Altro favore più gradito non si può fare da parte dei genitori ai figli. Ma qual è il senso di dare alla luce e di mantenere in vita chi poi dovrà essere consolato della sua condizione? Se la vita è sventura perché noi continuiamo a sopportarla? Intatta luna, questa è lo stato dei mortali. Ma tu non sei mortale e forse poco ti importa delle mie parole"
Il poeta non riesce a trovare una spiegazione esauriente per la quale gli uomini sopportino ancora la vita e quale sia il fine di mettere al mondo esseri che sono destinati all’infelicità. Negli ultimi due versi inoltre il poeta affermando con una litote che la luna è immortale e tramite una netta antitesi tra “stato mortale” e “mortal non sei” si insinua il dubbio che la luna come la natura sia indifferente alle sofferenze umane, motivo questo, tipico del pessimismo cosmico del poeta per il quale la natura cessa di essere madre benevola e diventa matrigna malvagia che illude e delude l’uomo e che pone in lui la tensione irrefrenabile verso la conoscenza destinata a rimanere inappagata, rimanendo impassibile di fronte al suo dramma. Numerose in questa stanza sono le parole che rimano tra loro come “nascimento” “tormento”, “parole” “prole” “sole”, “stato” “grato”, “sventura” “dura”,”tale” “mortale” “cale”che insieme ai numerosi enjambements conferiscono alla poesia il ritmo di una cantilena.
"Eppure tu solitaria e instancabile viaggiatrice che sei così pensosa , forse capisci che cosa sia questa vita terrena, le nostre sofferenze e i nostri sospiri, che cosa sia la morte e questo estremo impallidire del viso , e lo scomparire della terra e il sottrarsi ad ogni abituale e amata compagnia."
In questi versi gli aggettivi attribuiti alla luna “solinga”, “eterna”, “pensosa” rendono l’idea di vago e indefinito, troviamo anche una iterazione di “tu” che sottolinea l’insistente rivolgersi del pastore alla luna inoltre l’anafora di “che sia” che conclude il verso 64 e inizia il successivo ha il fine di attirare l’attenzione del lettore sulla ricerca del significato della vita e del dolore. Numerose in questa prima parte della quarta stanza gli scontri di consonanti come “ rr”, “str”, “sp”, “st”, “pr”, “nt” che vogliono comunicare l’infelicità e l’asprezza della condizione umana.
" E tu certamente comprendi il perché delle cose, e vedi il senso del mattino, della sera, del silenzioso e infinito scorrere del tempo . Tu certamente sai a quale suo dolce amore sorrida la primavera, a chi porta beneficio il calore e che cosa procuri l’inverno con i suoi ghiacci. Mille cose tu conosci, mille ne scopri, che sono nascoste all’ingenuo pastore. Spesso quando io ti guardo stare così silenziosa sulla pianura deserta che all’orizzonte confina con il cielo"
Questa seconda parte della quarta stanza esprime il bisogno sentito dal poeta e dall’umanità intera di credere che esista qualcuno che conosca il significato, il fine di tutto ciò che esiste.
"Oppure con il mio gregge ti vedo seguirmi muovendoti pian piano e quando guardo le stelle brillar nel cielo dico dentro di me pensando : a che scopo tante luci? Che senso ha l’aria infinita e quel profondo infinito sereno ? Che vuol dire questa sconfinata solitudine? E io che cosa sono?
In questo modo ragiono con me stesso : sia della stanza sconfinata e superba sia dell’innumerevole famiglia, poi penso all’ adoperarsi dei tanti movimenti di ogni cosa celeste e terrena che girano senza sosta per ritornare sempre là da dove sono partite; e non so indovinarne alcun beneficio o scopo."
Da notare in questi versi ancora l’utilizzo di termini atti ad evocare il senso di indefinito come “profondo” ,“infinito” ,“immensa”,“smisurata”, “innumerabile”. Il poeta con le metafore “stanza smisurata e superba” vuole indicare l’universo e “innumerabile famiglia” invece il genere umano. Al verso 94 l’antitesi tra “celeste” e “terrena” ci informa che Leopardi si interroga su tutto ciò che succede nel cosmo. Al verso 97 invece troviamo un chiasmo “uso alcuno, alcun frutto” cioè una disposizione incrociata degli elementi costitutivi di una proposizione in questo caso troviamo sostantivo-aggettivo, aggettivo-sostantivo.
" Ma tu certamente sempre giovane e immortale conosci tutto. Di questo io son certo e consapevole, che degli eterni movimenti e della mia fragilità altri avranno qualche vantaggio o soddisfazione; per me la vita è male."
Importante dal punto di vista retorico è la prolessi presente al verso 100 cioè l’anticipazione di ciò che sta per essere detto con il fine di richiamare l’attenzione del lettore attraverso la costruzione insolita della frase.
"Beato te o gregge mio che ti riposi, che non sei consapevole della tua infelicità, quanto ti invidio! Non solo perché sei quasi libera dalle sofferenze; perché ogni fatica ogni male ogni grande paura ti scordi immediatamente; ma soprattutto perché non provi mai noia. Quando stai seduto all’ombra, sul prato tu stai calmo e contento; e trascorri gran parte dell’anno in questo stato, senza noia. Ed anche io mi siedo sull’erba all’ombra ma un fastidio mi riempie la mente ed uno stimolo mi infastidisce così che sedendo sono più che mai lontano dal trovare un luogo in cui mi senta pacificato."
Il poeta nella sesta stanza espone la sua invidia nei confronti degli animali che non sono tormentati dal dolore e che si dimenticano in fretta ogni esperienza negativa mentre l’uomo è destinato a serbarne il doloroso ricordo. La sua invidia, però è generata soprattutto dal fatto che gli animali possono trovare pace e tranquillità in modi molto semplici anche solo sedendo su un prato, invece questa possibilità è negata all’uomo che in una situazione analoga verrebbe assalito dal sentimento della noia che domina insieme al dolore l’esistenza umana. Shopenauer, infatti, riteneva che la vita dell’uomo è come un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia e che gli attimi di felicità sono quei fugaci momenti in cui il pendolo si trova in mezzo. La mente dell’uomo quindi è in ogni caso sempre e comunque dominata da quell’irrefrenabile tensione verso l’ignoto verso la conoscenza che però non trovando risposte che la appaghino genera nell’uomo un senso di frustrazione, di insoddisfazione che nega al suo animo la possibilità di placarsi.
" Eppure non desidero nulla e finora non ho una ragione per soffrire. Non so dire quale sia la tua gioia e quanto sia intensa; ma sei fortunata. Mentre io gioisco ben poco o gregge mio, e non mi lamento solo di questo. Se tu sapessi parlare io ti rivolgerei delle domande ti chiederei di dirmi perché giacendo in stato di completo abbandono e rilassatezza ogni animale si appaga e io se mi riposo sono assalito dalla noia?"
In tutta la sesta stanza Leopardi parla del Taedium vitae che è un male proprio degli uomini in quanto gli animali ne sono immuni non essendo dotati di ragione e non ponendosi domande esistenziali. Leopardi ha definito la noia come assenza di ogni sentimento di bene e di male, quindi essa è una condizione connaturata all’essere stesso il quale non le si può sottrarre a meno che non scelga di vivere senza mai riflettere. Secondo il poeta la noia nobilita l’uomo, lo diversifica dal resto degli esseri viventi anche se gli impedisce di trovare soddisfazione e appagamento .
"Forse se io avessi le ali così da poter volare sopra le nuvole e contare le stelle una per una o se come il tuono potessi vagare di monte in monte sarei più felice ,o mio dolce gregge, sarei più felice o candida luna .O forse il mio pensiero considerando il destino degli altri esseri viventi si discosta dalla realtà ; forse in qualsiasi forma, in qualsiasi condizione si nasca, sia in una tana che in una casa il giorno della nascita è tragico."
In questa ultima stanza troviamo la sintesi del pessimismo cosmico di Leopardi, che prima si illude di poter essere felice se potesse vivere l’esistenza di un tuono o se avesse la possibilità di volare ma poi si rende conto che in qualunque forma si viva, sia animale che umana, la propria esistenza sarà comunque dominata dall’infelicità. Il pessimismo del poeta nella sua ultima fase si allarga quindi a comprendere ogni essere vivente, ogni epoca storica. Il dolore quindi non affligge solo l’ uomo ma anche gli animali , egli però è il più misero di tutti perché il suo intelletto gli fa conoscere l’amara ineluttabilità del suo destino. L’uomo come tutti gli altri esseri viventi nasce al solo scopo di morire ed il suo percorso dalla nascita alla morte è costellato di fatiche, ostacoli e sofferenze. Nel mondo quindi esiste un ciclo continuo di produzione e distruzione di materia il cui unico obiettivo è perpetuarsi.


lunedì 15 novembre 2010

A room of one's own


Virginia Woolf : A room of one's own
6th Chapter
In the last chapter the narrator looked upon a theory about the unification of the sexes in the artist’s mind, where there should exist male elements as well as female ones and they should melt together in order to create the most favourable condition to the expression of the genius. This theory is very similar to the Coleridge’s one of the androgynous mind. Nevertheless this state of mind was very rare and difficult to accomplish especially in Virginia’s time because male and female have gained much more consciousness of their sexes and their difference. In conclusion The writer reasserted that a woman in order to write should enjoy an economical independence and also a room of her own where she can work undisturbed.
5th Chapter
In this chapter Virginia focused upon Mary Carmichael’s book Life's Adventure in which we can find an amazing innovation; for the first time in literature a woman liked another woman, as a matter of fact, until then relationships between women have been described in an oversimplified way, they have been portrayed as mothers, daughters, sisters Wives, but never as friends or lovers. They have been shown nearly always in relation to men, and this according to the author, has generated a fragmentary and bitty view of female nature that has impoverished literature very much.



martedì 12 ottobre 2010




A room of one's own


4th Chapter
In the fourth chapter Virginia stated that ,in the past, the only way open to women to write was the anonymity or to conceal their identity behind the name of a man, then she mentioned the case of Aphra Behn because with her we turn an important point in the relationship between women and literature, as a matter of fact, Aphra Behn was the first woman to make a living from her writing. Then the author concentrated her analysis upon four great figures of the nineteenth century that is to say Jane Austen, Charlotte and Emily Bronte, and George Elliot, they all had written great book in spite of being subjected to all sorts of interruptions since they wrote in the common space of the sitting room. According to Virginia Woolf, Jane Austen had been the only one able to write like Shakespeare freeing her mind from all the impediments and the external influences. While Charlotte Bronte Even Though she was more talented than Jane Austen didn’t succeed in freeing her mind, in fact her work is affected, is impaired by her own grievance and anger, because during the book she had sometimes left the story to speak her own feelings rather than the characters’ ones, and this had created a deep fracture in her work.

Virginia Woolf
A room of one's own 3rd Chapter
Virginia Woolf decided to turn to history rather than to the opinions and she tried to describe the condition in which women lived in the past, because fiction is not something autonomous or detached from reality but it is strictly linked with life. Analyzing women’s conditions of life and the way in which they were portrayed in fiction it appeared clear than there was a great paradox since women in literature were not wanting in personality, they were heroic, hideous, cruel, clever, beautiful, great as much as men, perhaps even greater. Women were of the utmost importance in literature but insignificant in history. They could hardly read or have an opinion of their own, they were subdued to men. A woman could have never written the plays of Shakespeare during his time, she could not have his genius because women received no education, moreover she should have overcome a lot of prejudices and the hostility of the whole society and so her mind would not have been free of expressing itself, which is an indispensable condition to create art.

sabato 14 agosto 2010

Virginia Woolf : A room of one's own
2nd Chapter
In the second chapter the writer has been assailed by a swarm of questions about the safety and prosperity of one sex and the poverty and insecurity of the other and about what effect poverty and tradition have on fiction. So she decided to visit the library of the British Museum in order to find some answers, consulting the books written by eminent professors about women. Nevertheless she soon discovered that truth was not to be found among the different and contrasting opinions of men who had written essays not in the light of reason and truth but in the light of emotion and partiality. These opinions were indeed so different, Virginia said, that it was impossible to "make a head or tail" of that subject. For instance Napoleon insisted that women were incapable of education while Dr. Johnson thought the opposite, he believed that "women are an overmatch for men and therefore they choose the wickest or the most ignorant. Others thought that women do not have soul on the contrary the ancient Germans believed that they were half divine. At the end of this chapter Virginia Woolf understood that women have been, through the ages, like glasses with the magical power of reflecting the figure of men twice bigger. Men has despised women since it has been the quickest and easiest way to gain self confidence, a quality desperately needed to face the hardness of life. A lot of men insisted upon the inferiority of women for if they were not inferior, men would cease to enlarge, they would loose power and self-assurance.

venerdì 13 agosto 2010


Virginia Woolf :
A room of one's own 1st Chapter

In the first chapter Virginia Woolf tries to explain the purpose of this essay,which is based upon two papers read to the Art Society at Newnham in October 1928. She was asked to talk about women and fiction, a very difficult subject, as a matter of fact the writer first questioned herself upon the real meaning of this commitment wich involves a lot of others themes.The title might have meant simply a few remarks about Jane Austen the Bronte sisters, the Mitfords and some others remarkable female writers, but Virginia Woolf had chosen to explore the subject fully, bearing in mind every point of view. In the opening of the essay she stated that she wanted to handle to the reader a "nugget of pure truth", but at the same time she knew that it would have been impossible for her to draw a conclusion so she ended saying that she could only offer to us the opportunity of drawing our own conclusions as we observe and analyze the facts and the opinion presented by her. It's up to the reader to seek out the truth from her words and decide if it is worth keeping.